Venerdì, 24 Maggio 2013 00:00

L’impresa di domani: una prospera longevità

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Non credete a chi vi indica una data per uscire dalla crisi. Non c’è una crisi in atto, ovvero una temporanea discontinuità nel normale flusso che determina l'evoluzione dei mercati e delle società, bensì una trasformazione che risulterà essere radicale e che aprirà una nuova era nella storia dell’uomo.
Cosa cambia? Il paradigma evolutivo delle società: non sarà più basato sullo sviluppo, ma sulla prosperità.
Dunque, tale cambiamento in atto nel mondo occidentale costringe anche le piccole imprese a ridefinire i

confini della propria cultura di impresa e gli stili di governo oltre che i comportamenti diffusi nella propria organizzazione.

 

OLD STYE

NEW STYLE

L'organizzazione (lavoro parcellizzato) si basa sul controllo degli scostamenti dagli standard predefiniti

L'organizzazione (flusso di operazioni che consente di imparare facendo) è un sistema per creare e gestire conoscenza

L'organizzazione presenta se stessa come un repertorio di prodotti e servizi

L'organizzazione si illustra con una metafora per mostrare la ricchezza delle proprie competenze e capacità

Il fine giustifica i mezzi

I mezzi (il modo in cui svolgere le attività) diventano un fine nel posizionamento dell’impresa.

Apparire innovativi pur essendo desueti

Impegnarsi socialmente per essere effettivamente innovativi nel generare forme di business sostenibili ed auspicabilmente “decrescenti”

 

La creazione della conoscenza sta diventando essenziale per sviluppare prosperità. Mentre prima la quantità di conoscenza era considerata un vantaggio competitivo, nel immediato futuro è più competitivo la competenza del gestire e rinnovare la conoscenza. In un mondo che cambia nel modo in cui cambia il nostro, non è più possibile programmare lunghi tragitti. E’ più importante vivere il quotidiano con la disponibilità a ripensare i propri modelli operativi ad ogni minuto, con l’idea che ciò che generiamo oggi è la sorgente di ciò che i nostri figli riceveranno nel futuro. Per far questo, le rigide gerarchie devono lasciare il posto alle reti, interne ed esterne, tra pari, nel rispetto di un sistema di responsabilità che mette in relazione le competenze tecniche del manager con la responsabilità sociale dell’impresa.


Ed ecco che il cambiamento continuo diventa sempre di più la via per una prospera longevità. Il cabiamento in questo caso, serve ad unire: manager ed impiegati, clienti e fornitori, amministrazioni e tessuto imprenditoriale, autorità locali e cittadini. Se la società di oggi non crea logiche di progresso inclusive che accomunino gli sforzi verso benefici reciproci, essa porterà a compimento la dinamica implosiva in atto, collassando come solaio snervato. É tempo di lasciare spazio alla cooperazione, per contrasto all’eccesso di competizione degli ultimi secoli. Per dirla con un esempio: se il mondo economico non riconfigura il sistema lavorativo, non ci sarà più lavoro possibile, se non in una logica di schiavi e padroni. So che sono parole forti, e molti saranno scettici, tuttavia, il mio invito è quello di accogliere nuovi modi di fare impresa, anche in settori tradizionali. Continuare a produrre di più per costare di meno, non genererà né prosperità né longevità. Il paradosso di questi anni, ancora, è che molti hanno chiare le idee quando si muovono nella sfera delle scelte personali (risparmio, autoproduzione, riduzione degli sprechi, condivisione di risorse ecc.) ma non se ne ricordano il perché quando fanno scelte nel mondo della professione (per esempio riducendo il tempo del lavoro per aumentare il tempo in famiglia, sforzarsi di sviluppare la qualità dello stare insieme coni propri cari, coltivare la propria mente ed il proprio corpo ribellandosi alla logica che siamo macchine per produrre lavoro retribuito –ed anche male!- rinunciare all’apparente benessere per liberarsi dal vortice del lavoro infinito ecc. ecc.).


E’ allora mi compiaccio di avere scelto oltre quindici anni fa, il paradigma delle organizzazioni che apprendono come meta-modello per il progresso delle imprese (rinunciare all’uso delle parole sviluppo e crescita non è facile, ma necessario). E poi il tema delle “organizzazioni che apprendono” integra più filoni di ricerca e di azione manageriale: dalla Qualità Totale allo sviluppo delle competenze distintive, dall'applicazione del system thinking all'azione gestionale ai sistemi di e-learning ed al knowledge management, dalla responsabilità sociale delle imprese alla decrescita.
Cito alcuni autori: “A partire da queste riflessioni la Learning Organization deve essere considerata un sistema multidisciplinare e multidimensionale: l'apprendimento organizzativo viene quindi visto come l'insieme di processi che portano l'organizzazione ad analizzare e ripensare criticamente i propri successi e insuccessi, rivedere in modo continuativo i propri indirizzi strategici e le routine consolidate, porre attenzione a tutti i segnali provenienti dall'ambiente accettando e valorizzando visioni alternative rispetto a quelle dominanti, e soprattutto a sperimentare innovazioni tecniche e organizzative che vengono alimentate da un coerente e pervasivo processo di produzione e di diffusione della conoscenza.”


E ancora: “Introdurre la Learning Organization in azienda significa modificare in modo integrato le variabili organizzative in senso stretto, le politiche di sviluppo delle risorse umane, il profilo culturale aziendale, il modello di gestione e sviluppo delle competenze presenti in azienda, gli strumenti e le risorse tecnologiche che le supportano: il tutto con l'obiettivo di costituire le condizioni di lavoro che consentano alle persone di esprimere le proprie potenzialità di apprendimento a vantaggio dell'azienda stessa.”


Certe volte è inutile dire in altre parole ciò che altri hanno detto già così bene. E proprio per questo chiuderò queste riflessioni con un brano di Tim Jackson, autore di “Prosperità senza crescita. Economia per il pianeta reale.”:


“La stabilità dell'economia moderna dipende a livello strutturale dalla crescita economica. Quando la crescita mostra segni di incertezza i politici si fanno prendere dal panico. Le imprese faticano a sopravvivere. La gente perde il lavoro e a volte la casa. La spirale della recessione incombe. Mettere in dubbio la crescita è considerata una cosa da pazzi, idealisti e rivoluzionari. Ma dobbiamo metterla in dubbio. L'idea di un'economia che non cresce potrà essere un anatema per gli economisti. Ma l'idea di un'economia in costante crescita è un anatema per gli ecologisti. Nessun sottosistema di un sistema finito può crescere all'infinito: è una legge fisica... In poche parole, non possiamo che mettere in dubbio la crescita. Il mito della crescita ci ha deluso. Ha deluso il miliardo di persone che cercano ancora di vivere ogni giorno con metà del prezzo di un caffè. Ha tradito i fragili sistemi ecologici dai quali dipende la nostra sopravvivenza. Ha fallito in modo eclatante, contraddicendo se stesso, nel dare alla gente stabilità economica e certezza dei mezzi di sussistenza.”

 

 

consulenza organizzativa bari

Antonio Massari

Esperto di Learning Organization Antonio facilita processi partecipati aziendali e territoriali.
Nel terziario avanzato da circa 20 anni è formatore e consulente per il privato e per il pubblico.

Facilita grandi eventi interattivi. Tiene corsi sullo sviluppo delle competenze relazionali, creative e dell’apprendimento, formazione dei formatori.

Ha curato lo start-up di PMI. Progetta ed eroga interventi consulenziali di change management [continua a leggere]

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